L’ombra del drago alle mie spalle non è l’abbraccio della morte Simboli della paura, della stranezza e dell’ospitalità in Migrantes di Issa Watanabe e The Arrival di Shaun Tan
Parole chiave:
narrazioni migratorie, albi illustrati senza parole, simbolismo visivo, paura e straniamento, ospitalità, Issa Watanabe e Shaun TanAbstract
Le chiavi favolose di Migrantes di Issa Watanabe rifrangono le traiettorie fantastiche di The Arrival di Shaun Tan. Entrambe le opere perseguono una certa universalità —sebbene non priva di tensioni— nella rappresentazione dell’esperienza migratoria. Tredici anni separano la loro pubblicazione, e un secolo sembra interporvisi tra le rispettive storie: la narrazione di Tan avanza verso l’orizzonte luminoso della modernità, mentre quella di Watanabe sprofonda nella sostanza tellurica del lutto e della reciprocità. Il movimento si dispiega dal comico al tragico, dall’idealizzazione dello straniamento al disincanto del reale. Attraverso i loro simboli visivi, i due libri esprimono cosmologie opposte della migrazione: una legata all’immaginario illuminista della perfettibilità umana (The Arrival), e l’altra radicata in una concezione relazionale e ciclica della vita (Migrantes). Questa opposizione definisce precise singolarità estetiche e ideologiche e determina due modi distinti di intendere i simboli e gli immaginari associati all’esperienza migratoria, in particolare quelli legati alla morte. L’articolo colloca entrambe le narrazioni nella tradizione degli albi illustrati senza parole che, rinunciando alla narrazione verbale, trasformano il silenzio in una forma di significato. Si avvale dell’ermeneutica simbolica e del simboanalisis di Rodrigo Argüello per interpretare i dispositivi visivi come spazi di condensazione in cui convergono dimensioni mitiche, affettive e ideologiche. La lettura comparata esplora come ciascuna opera costruisca un proprio ordine semiotico: le immagini di Tan, modellate sull’allegoria moderna del progresso e sulla pedagogia morale dell’integrazione, contrastano con la processione notturna di Watanabe, guidata da una cosmologia che concepisce la morte come continuità e cura. Mettendo a confronto due regimi culturali — quello eurocentrico, governato dalla logica ascendente della luce e della ragione, e quello andino, sostenuto dalla reciprocità e dal ciclo vitale tra vita e morte — lo studio mostra come l’esperienza della mobilità venga immaginata attraverso grammatiche simboliche eterogenee. In definitiva, entrambe le opere mettono in luce le tensioni tra universalità e differenza e propongono, attraverso il silenzio e l’immagine, una meditazione sulle fragili condizioni di appartenenza che caratterizzano la migrazione contemporanea.
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