Viaggi nel passato. L’apertura dell’archivio visuale della schiavitù in From Here I Saw What Happened and I cried di Carrie Mae Weems
Parole chiave:
Carrie Mae Weems, visualità, archivio, razza, schiavitùAbstract
Questo articolo analizza l’istallazione From Here I Saw What Happened and I Cried (1995-1996), con cui Carrie Mae Weems ha risposto alla richiesta del museo Getty di un’opera che dialogasse con la mostra Hidden Witness: African Americans in Early Photography. Weems ha utilizzato immagini esistenti, del XIX e XX secolo, le ha ri-fotografate, ingrandite, ritagliate e colorate soprapponendovi brevi testi che letti in sequenza formano un racconto. Le prime quattro sono riprese dai discussi dagherrotipi di persone nere schiavizzate commissionati nel 1850 a J. T. Zealy dallo scienziato americano di origine svizzera Louis Agassiz a conferma della sua teoria della poligenesi dell’umanità. Negli anni novanta queste immagini, dimenticate per decenni, erano diventate emblematiche della violenza della rappresentazione e Weems, pur avendo accettato la richiesta dell’università Harvard, cui erano state donate dal figlio di Agassiz, di non servirsene nelle sue opere, ha deciso in seguito che riprenderne possesso era un suo diritto morale. Come artista concettuale impegnata a mettere in discussione le pretese di autenticità, oggettività e veridicità della fotografia documentaria, il suo intento non è tanto quello di restituire l’umanità negata da quelle immagini alle persone nere fotografate, quanto di mettere in luce con il suo lavoro su di esse il sistema epistemico prodotto da schiavitù e colonialismo. I testi incisi sul vetro che copre le stampe, letti in sequenza, formano un potente monologo poetico che entra in dialogo e in conflitto con le immagini, rivisitando la storia della rappresentazione attraverso stereotipi dei Neri americani e mettendo in luce la connessione di razzismo e visualità. Utilizzando il concetto di photo-graphy di Linda Hutcheon, ossia di opere che sono allo stesso tempo «both photo and graphic» (124) – con il trattino a sottolineare l’eguale importanza dei due mezzi di comunicazione – l’articolo esamina la serie di Weems come un foto-testo che mira a destabilizzare l’archivio visuale prodotto dalla schiavitù negli Stati Uniti, minandone l’autorità basata sulla referenzialità e indessicalità della fotografia.
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